Incontro con Bartolo a Melbourne

Ieri ho incontrato Bartolo qui a Melbourne. È stato un incontro innaspettato dopo l’arrivo da Hong Kong, via Adelaide.
All’aereporto ho preso lo SkyBus che porta al terminal in centro: Southern Cross. Lì hanno smistato i turisti diretti a vari alberghi della città. Il mio è Rydges in Swanston Street. Ci sono vari autisti. Tutti in bermuda blu, calzette bianche corte e scarpe da ginnastica nere. Una camicia a maniche corte completa la divisa. Uno di questi chiama il mio nome ad alta voce ‘Arnaldo! … ah there you are, go to the bus 31, please.’ Eseguoe entro nel van n.31. Sono l’unico passeggero. Arriva lo stesso che mi aveva chiamato. Si siede al posto di guida e prende in mano il ricevitore della radio. ‘Altri passeggeri?’ chiede alla centrale. No, gli dicono, puoi andare. La porta automatica si chiude e partiamo. Non appena fuori dal terminal l’autista mi chiede se sono qui per turismo.
No, sono qui per lavoro. Mi devo incontrate con i team delle quattro università con cuinstiamo lavorando. Ricercano i sistemi sanitari nei paesi del sudest asiatico e del pacifico. Io dò una mano (dico in inglese).
Where are you from?
Io rispondo con una domanda: Vuole dire dove vivo o da dove vengo?
Both, it is ok.
Vivo nelle Filippine, ma sono italiano.
Ah, you are Italian! Me too!, dice lui.
Davvero? gli chiedo. Da quanti anni vive qui in Australia?
I have been living here for 45 years. I have been all the time in Melbourne.
Quanti anni aveva quando ha lasciato l’Italia?
Quatro anni.
Siamo sulla tangenziale che porta verso il centro della città. Siamo ancora in campagna. Ci sono delle colline basse, con erba secca ai lati della strada. Alberi di Eucalipto. E poi cespugli strani. Il cielo basso. Luce di primavera scandinava. Tutto strano e diverso. Mi fa sentire lontano da qualcosa. Forse come l’autista quando pensa all’ Italia che ha lasciato quando aveva quattro anni.
Where are you from in Italy?
Attacco la risposta registrata: dal nord, vicino a Milano, una piccola città che si chiama Cremona. Sono pronto con la seconda parte della risposta: a 80 km a sud di Milano, ma lui non mi chiede altro.
Passiamo un ponte con delle sbarre di acciaio che su curvano al di sopra della strada. Stile moderno, probabilmente progettato da qualche architetto famoso. Ora che ci penso, penso di avere visto questo ponte in qualche foto in uno di quei magazine che si trovano sugli aerei e che mostrano destinazioni lontane. Ma non ricordo quale linea aerea.
È lei. dove è nato?
Isole Eolie, dice usando le prime due parole in Italiano da quando siamo partiti.
Su quale isola?
Filicudi.
Mi viene subito in mente Caro Diario, di Moretti. I papà che chiamano i loro figli da una cabina telefonica della SIP. Le mulatiere. Le case in pietra. Mi ricordo di avere visto anche io Filicudi in lontanza, nell’ unica volta che ho visitato le Eolie. Un’isola dalla forma di vulcano, ma forse mi confondo con un’altra isola. Sono passato tanti anni.
Chissà se in questo momento l’Italia manca a tutti e due.
Cerca di parlare italiano, ma non gli riesce. Sono qui da troppi anni. I miei genitori all’inizio parlavano in casa il loro dialetto, ma poi hanno smesso e l’ inglese è la lingua che abbiamo usato in casa.
L’anno scorso sono stato in Italia. Ho fatto una crociera. Genova. Napoli, Venezia. Titto il giro, ma non siamo passati dalle isole Eolie. È un peccato perchè ci volevo proprio andare. Sarà per un’altra volta, mi dice.
Siamo in città e riconosco la zona del campus dell’Uniiversità di Melbourne. Tra poco siamo arrivati.
Come ha trovato l’Italia? Era la prima volta che ci tornava?
Si, è stata la prima volta. Mah, non so….. la nave ha fatto una sosta in Sicilia. Siamo scesi al porto abbiamo camminato per la città. Sentivo i giovan parlare, parlavano italiano. Non ho sentito nessuno usare il nostro dialetto. Parlavano italiano e facevo fatica a capirli.
Probabilmente è così, i giovani parlano sempre meno il dialetto, gli dico pensando che a Cremona usiamo un misto, io magari più dei miei amici che vivono lì.
Ci voglio tornare però. Volgio andare alle Eolie, tornare a vedere come è Filicudi, dove sono nato. Un giorno lo farò.
Ma lei è nato proprio a Filicudi, in casa con l’aiuto di una midwife ( non ricordo come si dice in italiano)? gli chiedo, mentre immagino una casa con sassi vulcanici, lumicini ad olio, mobili di legno solido, pareti scure.
No, io no. I miei quattro fratelli sono nati in casa, Un parto facile. Io sono stato il più difficile e hanno dovuto portare mia madre all’ospedale di Milazzo con il traghetto. Sono nato lì.
Mi sembre di immortalare questo momento come in una foto tratta da questo racconto. Vedo l’ospedale di Milazzo. Pareti bianche. Lunghi corridoi con il soffitto alto. Forse è stato un covento fino a prima della guerra. Sei letti per stanza, testiera di ferro. Infermiere con la divisa e la cuffietta bianca.
Milazzo.
Here we are, mi dice, Rydges Hotel. Mi lazo, predo le due valigie ma prima di scendere gli voglio stringere la mano. Come si chiama? Toby, mi dice lui. Poi si corregge, no Bartolo. In Italiano, Bartolo.
Il mio nome è Arnaldo, gli dico. Scendo dal van e Bartolo riparte verso Southern Cross, verso la prossima corsa, portando con se un’Italia che forse non c’è più.

Melbourne, 4 Dicembre 2012

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